Occidentali’s karma – Il lato oscuro della meditazione

Dopo la vincita a Sanremo 2017 del brano Occidentali’s Karma, non potevamo esimerci dall’approfondire il tema. Abbiamo raccolto un po’ di materiale affrontando un aspetto poco considerato della meditazione.




Il tema della canzone intanto è piuttosto chiaro, ma per chiarirlo meglio, prendiamo le parole dello stesso Gabbani, da un’intervista all’Unità, nella quale il giornalista fa notate che la canzone “prende in giro i «tuttologi del web» e le mode dell’Occidente, soprattutto quando guarda a Oriente.

“Sì,” risponde Gabbani “parla del tentativo di noi occidentali, me compreso, di avvicinarci alle culture e alle discipline orientali, di attingere a una presunta serenità. Però le applichiamo a misura nostra. Tanto è vero che pratichiamo yoga per raggiungere l’equilibrio tra mente e corpo, ma ci preoccupiamo tantissimo dell’outfit, dell’abbigliamento adatto.”

Qual è  quindi la situazione del “movimento della consapevolezza (o presenza mentale)” oggi? Negli ultimi anni è sempre più frequente sentir parlare di meditazione, consapevolezza e tecniche di rilassamento applicate a qualsiasi cosa, proposte come una panacea per qualsiasi male dell’uomo moderno. È veramente così? A quanto pare, come nel  Signore delle Mosche di William Golding una pacifica isola deserta può diventare un inferno, così la meditazione può rischiare di diventare un’arma di distruzione di massa. Questa è (ovviamente) un’esagerazione, ma negli ultimi anni si è scoperto che anche la meditazione ha il suo lato oscuro.

“Colui che pensa che il mondo sia reale è stupido come una mucca. Colui che pensa che il mondo non sia reale è ancora più stupido.” – Nagarjuna




Il movimento della consapevolezza comprende una matrice di pratiche, idee, e costumi che sono stati disaggregati, separandoli dalle tradizioni meditative buddhiste e “remixandoli” con un’etica laica umanista, con la formazione yoga e la scienza moderna. Questa separazione è iniziata qualche tempo fa, al tempo dei maestri buddisti asiatici nel 19° e 20° secolo, ma ha trovato il suo “remix” di successo nel programma di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (MBSR) sviluppato da Jon Kabat-Zinn e altri. L’inaspettato risultato di questa innovazione è stata una crescente accettazione della presenza mentale come campo valido per la ricerca scientifica e l’esplosione di una massiccia ricerca sulla consapevolezza e sulla meditazione (si contano quasi 700 studi solo nel 2015).

Questo boom ha innescato dall’altra parte anche un interesse lucrativo: esperti consulenti economici che propongono la consapevolezza per migliorare l’efficienza sul lavoro, ridurre l’assenteismo e valorizzare “competenze trasversali” cruciali per il successo della carriera. Alcuni addirittura propongono l’addestramento alla presenza mentale come una “tecnologia dirompente” per riformare anche le aziende più disfunzionali , trasformandole in organizzazioni più gentili, più compassionevoli e sostenibili. “Vivere nel qui e ora” ha monetizzato il suo fascino folk in un complesso industriale spirituale multimiliardario.

Potrebbe interessarti: Tecnologia e musica: come le app aiutano il nostro benessere

Lo sganciamento dal contesto buddhista e religioso, tuttavia, pur rappresentando un comprensibile espediente per applicare qualcosa di settoriale al mercato aperto odierno (si contano perdite di circa 300 miliardi di dollari per assenze riconducibili allo stress e 550 miliardi per mancanza di “coinvolgimento” da parte degli impiegati), può portare ad una sfortunata denaturazione di questa antica pratica, nata in origine per qualcosa di più che alleviare il mal di testa, ridurre la pressione sanguigna o aiutare i dirigenti ad essere più concentrati e diventare così più produttivi. I promotori della consapevolezza hanno infatti evitato di affrontare qualsiasi approfondimento serio sul perché lo stress sia così pervasivo nelle compagnie e nelle corporazioni (lo psicologo critico David Smail fa riferimento a questa filosofia come “volontarismo magico”, perché accusa gli individui per il loro stress, ignorando le condizioni sociali ed economiche che possono aver contribuito alla sua formazione.) e invece di applicare la meditazione e la consapevolezza come mezzo per risvegliare gli individui e rimuovere dalle organizzazioni le radici insane di avidità, cattiva volontà e illusione, esse sono state rimodellate in una tecnica banale, terapeutica, di auto-aiuto che porta in realtà al rafforzamento di quelle stesse radici.

La consapevolezza come intesa e praticata all’interno della tradizione buddhista, non è solo una tecnica eticamente neutrale per ridurre lo stress e migliorare la concentrazione. Piuttosto, è una diversa qualità di attenzione che dipende ed è influenzata da molti altri fattori: la natura dei nostri pensieri, delle nostre parole e delle nostre azioni; il modo di condurre la propria vita; i nostri sforzi per evitare comportamenti non salutari e nocivi, sviluppando quelle capacità che favoriscono l’agire in modo saggio, l’armonia sociale e la compassione.

Potrebbe interessarti: Pace Come Trasformazione interiore – Una prospettiva Buddhista

I buddisti infatti effettuano una distinzione tra corretta consapevolezza (samma sati) e consapevolezza sbagliata (miccha sati). La distinzione non è di tipo moralista: la questione è se la qualità della consapevolezza è caratterizzata da intenzioni sane e qualità mentali positive che portano alla prosperità umana e al benessere per gli altri oltre che per se stessi. Molti sostenitori aziendali sostengono che il cambiamento inizia con se stessi: se la mente diventa più concentrata e pacifica,  la trasformazione sociale e organizzativa avverrà poi di conseguenza. Il problema con questa formulazione è che oggi le tre motivazioni non salutari che il buddismo sottolinea – avidità, cattiva volontà, e illusione – non sono più confinate alle singole menti, ma sono istituzionalizzate in forze che sfuggono al controllo personale.




In realtà, la meditazione secolare cura i sintomi, ma spesso ignora la malattia di base. Così la formazione consapevole ha grande appeal perché è diventato un metodo di tendenza per sottomettere dipendenti, per promuovere una tacita accettazione dello status quo, e uno strumento fondamentale per mantenere l’attenzione focalizzata sugli obiettivi istituzionali, seguendo ciò che nel libro Selling Spirituality: The Silent Takeover of Religion viene descritta come un’orientazione “conciliativa”, ricollegandosi ai metodi della “psicologia per le mucche” – mucche più docili, fanno più latte. E’, ovviamente, più facile e meno costoso incolpare l’individuo di avere pensieri sbagliati che affrontare le spinose cause della sua infelicità: così offriamo agli studenti classi di consapevolezza e meditazione, piuttosto che impegnarci nell’educazione e la disuguaglianza, e istruiamo esausti impiegati sulla respirazione consapevole piuttosto che dare loro ferie pagate o una migliore assistenza sanitaria. Un recente studio di Stanford-Harvard, analizzando 228 studi ha dimostrato che lo stress dei dipendenti non è auto-imposto, né sorge dalla mancanza di consapevolezza. Al contrario, i principali fattori di stress sul posto di lavoro sono stati associati dalla mancanza di un’assicurazione sanitaria, dalle costanti minacce di licenziamenti e dalla precarietà del lavoro, dalle lunghe ore di lavoro, bassa giustizia organizzativa ed esigenze di lavoro non realistiche.

Con questo, ovviamente non vogliamo ignorare i benefici che la meditazione e tecniche come la presenza mentale apportano all’essere umano: molte persone, magari una volta lontane da questo tipo di mentalità, ne hanno tratto e (speriamo) ne trarranno grandi benefici in futuro. Il punto che si vuole sottolineare è che a forza di sentirne parlare, le parole meditazione e consapevolezza, e soprattutto il loro significato, sono stati annacquati, hanno perso di significato. Come ha detto Sandro Cappelletto nel podcast sul quartetto “delle dissonanze” di Wolfgang Amadeus Mozart: “A forza di ascoltare sempre la solita musica, alla fine si diventa ‘sordi’.” O come dice Geoffrey Nunberg, linguista presso l’Università della California School of Information di Berkeley, quando una parola diventa onnipresente, “come qualsiasi valuta – più se ne stampa, meno ha valore – quella parola perde significato.” I frequenti riferimenti alla presenza mentale – schiaffando la parola su qualsiasi oggetto e pratica – non ci rende più consapevoli.

Potrebbe interessarti: 7 cose che il Buddha non ha mai detto

Bhikkhu Bodhi, nato Jeffrey Block,  conosciuto per le sue traduzioni dal pali in inglese delle scritture Theravada buddhiste, ha messo in guardia su questo: “In assenza di una critica sociale tagliente, le pratiche buddhiste potrebbero facilmente essere utilizzate per giustificare e stabilizzare lo status quo, diventando un rafforzamento del capitalismo.”




Nel 2007, in un articolo sulla rivista buddhista Buddhadharma: The Practitioner’s Quarterly, pubblicato online da Lion’s Roar,  ha scritto:”Il Buddhismo impegnato rimane tangente al nucleo duro dell’interesse occidentale nel buddhismo.” Nel 2013 Joshua Eaton gli chiede in un’intervista se ha visto qualche cambiamento da allora. “[…] Ho partecipato alla Conference on Engaged Buddhism organizzata nel 2010 da ZenPeacemakers. […] Da quello che ho potuto osservare in occasione della conferenza, un gran numero di buddhisti stanno tentando di usare i principi intrinseci al Dharma per affrontare le sfide che abbiamo di fronte nella società odierna. Alcuni, con fini scientifici, stanno applicato pratiche di consapevolezza e di meditazione per alleviare stress e disturbi psichici; altri stanno utilizzando il Dharma per aiutare nella risoluzione dei conflitti e altri ancora stanno aiutando i prigionieri e i soldati ad accedere agli insegnamenti buddhisti; alcuni stanno utilizzando i principi etici buddhisti come punti di riferimento per pratiche commerciali sane; altri stanno lavorando con i giovani in difficoltà; e alcuni stanno fornendo assistenza sanitaria compassionevole e una guida ai moribondi. […] Ma non ho potuto fare a meno di notare che il lato del buddhismo che veniva messo in evidenza, anche da parte di coloro che cercano di dare al Dharma una visibilità più ampia, è la scorta di tecniche per indurre calma interiore, serenità, e accettazione, piuttosto che il suo potenziale per lo sviluppo di una critica radicale della società contemporanea.”

Purtroppo, una visione più etica e socialmente responsabile di consapevolezza è oggi visto da molti professionisti come una preoccupazione tangenziale, o come un’inutile politicizzazione del proprio percorso personale di auto-trasformazione. Tuttavia, per diventare una vera e propria forza positiva di trasformazione personale e sociale, l’addestramento alla consapevolezza deve recuperare un quadro etico e aspirare a scopi più nobili, che tengano conto del benessere di tutti gli esseri viventi. La nostra pace interiore necessita di un impegno nel mondo esteriore per far sì che il mondo diventi un posto migliore: certamente ci sono cose che spesso non si riescono a cambiare, ma che tipo di rivoluzione consapevole sarebbe se le condizioni di disuguaglianza, sfruttamento e ingiustizia prevalenti rimangono incontestate, o se solo i privilegiati che hanno facile accesso alla consapevolezza per coltivare un maggior benessere inseguono il profitto come al solito?

Fonti: The Second Generation of Mindfulness | Beyond McMindfulnessCorporate Mindfulness Is B.SWhen ‘mindful’ is a mayo, a diet, a mantra, does it actually mean anything? |




2 thoughts on “Occidentali’s karma – Il lato oscuro della meditazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *