7 cose che il Buddha non ha mai detto




Il Buddha storico disse molte cose nel corso del suo insegnamento. Ma…vi è mai capitato di sentire una presunta citazione del Buddha e chiedervi, L’avrà detto veramente? Al monaco Thanissaro Bhikkhu, esperto traduttore delle parole del Buddha, certamente è capitato. Qui rivela sette dei molti casi che ha trovato. Vediamo se non vi sorprendete.

Testo di Thanissaro Bhikkhu, abate del Metta Forest Monastery della Contea di San Diego, California.
Traduzione di Laura Silvestri
Articolo originale: 7 Things the Buddha Never Said (Lion’s Roar)

1. “La vita è sofferenza”

Questa è una delle Grandi Bugie del Buddhismo – un’affermazione che si presume sia vera semplicemente perché ripetuta molto spesso – sia in libri popolari che accademici. La frase “La vita è sofferenza” si suppone sia il riassunto della prima nobile verità del Buddha, ma la prima nobile verità semplicemente fa un elenco delle cose che nella vita costituiscono sofferenza:

La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che odiamo è dolore, la separazione da ciò che amiamo è dolore, non ottenere ciò che desideriamo è dolore, in breve i cinque aggregati dell’attaccamento sono dolore.” (Citazione da Samyutta Nikaya, Raccolta dei discorsi riuniti, 56.11)

La vita, come vedete, non è sulla lista.

Le altre nobili verità vanno oltre per mostrare che c’è di più nella vita, che solo sofferenza: c’è l’origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza, e anche il percorso di pratica che porta alla cessazione della sofferenza.

2. “L’amore passato non è altro che memoria. L’amore futuro non è altro che sogno. Il vero amore è nel qui e ora.”

Una volta ho letto questa frase su un cartellino attaccato allo specchio nel bagno di una casa nella quale stavo insegnando. È così poco in relazione con qualsiasi cosa il Buddha abbia detto che non ho idea di quale possa essere stata l’originale ispirazione.

3. “Non c’è sé.”

Questa è un’altra Grande Bugia. L’unica volta che fu chiesto al Buddha se c’è o non c’è sé, si rifiutò di rispondere. (Samyutta Nikaya 44.10). Nel Majjhima Nikaya (“Raccolta dei discorsi medi” del Buddha) 2 egli affermò che le visioni “Io ho un sé” e “Io non ho un sé” sono entrambe una boscaglia di visioni che ti lasciano bloccato nella sofferenza. Quando il Buddha insegnò il non-sé (anatta) – in opposizione al non sé – stava raccomandando una strategia per sovarcare l’attaccamento, un modo per creare un varco nella tendenza della mente di attaccarsi alle cose dichiarando “me” o “mio”.

Il Buddha non ha neanche mai detto che “Non c’è un sé separato”. Ha evitato di essere coinvolto nella discussione se ci sia o no qualche tipo di sé.




4. “Tutto è impermanente”

5. “La sofferenza viene dal resistere al cambiamento”

Queste due hanno la tendenza ad andare insieme. Se tutto cambia, allora l’unico modo per fuggire la sofferenza sarebbe di accettare che tutta la felicità è impermanente e smetterla di cercare qualcosa che sia più duraturo di questo. Un messaggio abbastanza infelice.

Fortunatamente, il Buddha ha semplicemente detto che tutte le cose fabbricate sono impermanenti. Tutto ciò che è percepito dai sei organi è fabbricato, nel senso che è modellato dalle condizioni, siano queste esterne o interne.

Comunque, c’è qualcosa di non-fabbricato di cui si può fare esperienza. È il nirvana. (Vedere Majjhima Nikaya 49 e Samyutta Nikaya 43, per maggiori informazioni).

Come disse il Buddha, il nirvana è gioia suprema (Dhammapada, 203) – libertà dal cambiamento, libertà dalla morte, libertà da tutte le limitazioni. Per questo egli insegnò il percorso: così che le persone possano trovare l’incondizionata felicità. Se il suo messaggio fosse stato, “Ehi, non c’è nessuna felicità durevole, quindi smettetela di pensarci”, non sarebbe durato tutti questi anni.

Riguardo alla seconda citazione sbagliata, il Buddha in realtà disse che le persone soffrono perché si identificano con le cose che cambiano. Quando la mente è forte abbastanza da non aver bisogno di identificarsi con niente, quello è il momento in cui non c’è più sofferenza. Su questo punto, vedere Samyutta Nikaya 22:1.

6. “Se vuoi vederele azioni passate di una persona, guarda la sua condizione presente. Se vuoi vedere le future condizioni future di una persona, guarda le sua azioni presenti.”

Quest’idea riduce il karma a qualcosa di molto semplicistico e deterministico. È quello che io chiamo la teoria dell’ “unico conto della banca del karma” – l’idea che la tua condizione presente mostri l’attuale bilancio del tuo conto karmico: la somma totale di tutte le tue buone azioni, meno la somma delle tue azioni cattive, dà come risutato ciò di cui stai facendo esperienza proprio adesso.

Invece che a un singolo conto bancario, il Buddha ha paragonato il karma passato ad un campo seminato: alcuni semi sono già germogliati, alcuni non sono ancora pronti a germogliare, e per quelli che sono pronti a germogliare, quelli che hanno maggiore acqua hanno maggiori possibilità di fiorire. Questo significa che, anche se non puoi tornare indietro e cambiare i semi che hai già piantato, hai un po’ di controllo su quelli a cui dai l’acqua. In altre parole, la tua condizione presente mostra solo un frammento delle tue azioni passate; le tue azioni presenti influenzano o no quanto soffrirai per quel frammento.

7. “Un migliaio di candele può essere accesa da una singola candela, senza diminuire la luce della prima candela. La felicità non diminuisce dall’essere condivisa.”

Questa citazione è popolare fra le persone che scrivono testi nelle brochure per raccolte fondi – anche se vogliono i vostri soldi e non necessariamente s’interessano della vostra felicità. È un bel sentimento, ma non c’è traccia di esso fra le parole del Buddha. Quello che si avvicina di più ad un sentimento di questo tipo è nell’Anguttara Nikaya, 10:177, dove il Buddha dice che quando acquisisci merito e lo dedichi ai tuoi parenti morti, allora quei particolari parenti, anche se non si trovano in un luogo dove possano ricevere quel merito – il regno degli spiriti affamati –, il merito non va perso. Altri, fra i propri parenti morti che sono in uno stato nel quale possono ricevere merito lo condivideranno – e potete star sicuri che almeno qualcuno fra i vostri parenti si trova lì.

Non certo una citazione per le brochure per una raccolta fondi, ma qualcosa che vale la pena di tenere a mente.


Samyutta Nikaya 44.10 : Ananda Sutta – Ad Ananda (Sul Sé ed il non-Sé)

Tradotto in italiano da Enzo Alfano. (Fonte: CanonePali.net)

L’asceta errante Vacchagotta si recò dal Benedetto e, ivi giunto, lo salutò con rispetto. Dopo averlo salutato, si sedette da parte. Sedutosi, chiese al Benedetto: “Allora, Venerabile Gautama, esiste un Sé?”

Il Benedetto custodì il silenzio.

“Allora questo Sé non esiste?”

Una seconda volta il Benedetto custodì il silenzio.

Allora l’asceta errante Vacchagotta si alzò dal suo posto e se ne andò.

Poi, poco tempo dopo la partenza di Vacchagotta, il Ven. Ananda disse al Benedetto: “Perché, signore, non ha risposto alla domanda di Vacchagotta, l’asceta errante?

“Ananda, se alla domanda di Vacchagotta: “Esiste un Sé?” avessi risposto che esiste un Sé, sarei stato conforme a ciò che dicono questi asceti e bramani che sono dei sostenitori dell’Eternalismo [la concezione che c’è un’anima eterna ed immutabile]. Se alla domanda di Vacchagotta: “Allora non esiste un Sé?” avessi risposto che non esiste un Sé, sarei stato conforme a ciò che dicono questi asceti e bramani che sono dei sostenitori del Nichilismo [la concezione che vuole che la morte sia l’annichilamento della coscienza ]. Se alla domanda di Vacchagotta: “Esiste un Sè” avessi risposto che esiste un Sé, avrebbe ottenuto la conoscenza di tutti i fenomeni?

“No, signore.”

E se alla domanda di Vacchagotta: “Allora non esiste un Sé?” avessi risposto che un Sé non esiste, Vacchagotta, sarebbe diventato ancora più confuso, perchè il Sé che conosceva non esisteva più.


Dhammpada

Libera traduzione in inglese di Ajahn Munindo. Traduzione in italiano di Chandra Candiani.

203

La fame è il più grave dei mali

l’essere soggetti a condizioni

fonte primaria di disperazione.

Vedendo le cose per quello che sono

chi è saggio trova la libertà, gioia suprema.




Laura Silvestri

Laura Silvestri

Liceo linguistico. Scienze della Comunicazione. Co-fondatrice di Myo Edizioni. Per l'etichetta gestisce l'intera parte grafica e le traduzioni.

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