Robert Pirsig: dagli scaffali di New Age a quelli di filosofia





Il 24 aprile è morto Robert Pirsig autore del bestseller degli anni Settanta Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, uno dei libri di filosofia che ha venduto di più in tutti i tempi. Ma la vita solitaria dell’autore è stata agrodolce. In questa intervista, egli parla apertamente di ansia, depressione, la morte di suo figlio e un viaggio su strada che ispirò un classico.

Articolo Originale: The interview: Robert Pirsig di Tim Adams (19.11.2006)

All’età di 78 anni, Robert Pirsig – probabilmente l’autore di filosofia vivente più letto – può ripensare a molte idee su se stesso. C’è il bambino di 9 anni con lo straordinario QI di 170 che cerca di capire come avere una connessione con i compagni di classe in Minnesota. C’è il giovane soldato in Korea che scopre l’interesse per il Buddhismo mentre aiuta i locali con l’inglese. C’è l’insegnante radicale e maniacale in Montana che fa sudare i suoi studenti del primo anno sulla definizione di “qualità”. C’è il marito omicida ricoverato nel corso di un trattamento di elettroshock progettato per rimuovere tutte le tracce del suo passato. C’è il padre distrutto che cerca di legarsi al figlio in un viaggio su strada. C’è l’autore del best-seller Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, che offre soluzioni alle ansie di una generazione. E c’è, per molti anni, il velista solitario, che cerca di allontanarsi da una fama di nicchia.

Pirsig non concede interviste, di regola; dice che questa sarà l’ultima. Si è spaventato, anni prima. “Nella prima settimana dopo aver scritto Lo Zen ne avrò fatte 35 forse.” dice con la sua voce bassa e ripetitiva del Midwest, dietro la barba da marinaio, “Fu molto inquietante. Stavo camminando vicino all’ufficio postale vicino casa e pensai di sentire le voci, compresa la mia. Avevo una storia di malattia mentale e ho pensato: sta succedendo di nuovo. Poi mi sono accorto che la radio stava trasmettendo un’intervista che avevo fatto. A un certo punto ho preso un camper e sono andato sulle montagne, dove ho iniziato a scrivere Lila, il mio secondo libro.”




È quel suo secondo libro […] che lo ha indotto a parlare con me. Siede in una stanza d’hotel a Boston e cerca, non per la prima volta, di dare qualche senso alla sua vita. Lascia intendere che si trova sempre in un doppio vincolo. “Non è bello parlare dello Zen, perchè lo Zen è inesistenza…Se ne parli, menti sempre; se non ne parli, nessuno sa che c’è.”

In generale, piuttosto che analizzare, dice, lui preferirebbe “godere dell’osservare il vento che soffia fra gli alberi.” […] “In questo paese, se qualcuno si siede in giro e fa una cosa del genere è in fondo alla scala sociale, ma in Giappone, per dire, viene dato grande rispetto a chi si ritira sulle montagne.” Si ferma, ride. “Io credo di trovarmi da qualche parte fra questi due estremi.”

L'unico Zen che trovi in cima alle montagne è lo Zen che ci porti. – R. Pirsig Condividi il Tweet

[…] mi chiedo ancora cosa pensa quando pensa a se stesso.
[…] Dice che fine da che ne ha memoria, ha sempre sentito un irrefrenabile desiderio di trovare una teoria che spiegasse tutto. Da giovane – a 15 anni studiava chimica all’università – pensava che essa potesse risiedere nella scienza, ma quella fede svanì presto. “La scienza non riusciva a spiegarmi neanche come comprendere le ragazze sedute nella mia classe.”

Allora andò a cercare altrove. Dopo il militare si specializzò in filosofia e convinse il suo tutor ad aiutarono nell’ottenere un posto in un corso di misticismo indiano a Benares, dove trovò più domande che risposte. Tornò a casa, si sposò, viaggiando fra il Messico e gli Stati Uniti, scrivendo manuali tecnici e pubblicità per l’industria dei cosmetici mortuari. Fu quando riprese la filosofia in Montana e iniziò ad insegnare che Fedro si rimpossessò un’altra volta di Pirsig.

A quel tempo, ricorda, era così pieno d’ansia che arrivava a sentirti male fisicamente prima di ogni lezione. Usava i suoi studenti a scoprire alcune delle idee che formavano quella che nei suoi libri chiama la “metafisica della qualità”, le idee che lo avevano portato a credere di avere trovato un ponte fra il pensiero occidentale e quello orientale. […] Vedeva chiaramente come la società americana fosse sconnessa dalla vita e credeva di poterla aiutare a riconnettersi ad essa. Stava leggendo Kerouac e cercava di vivere nella verità.

In tutto questo, chiedo, sebbene descriva quel periodo con un certo fervore, si stava instaurando la depressione? “Beh” dice “c’era paura. Tutte quelle idee mi arrivavano troppo velocemente. In tutto il mondo ci sono squinternati con pazze idee per la testa, che prove stavo dando di non essere uno di loro?”

Quelle prove furono difficili a mostrarsi. Un giorno, in macchina con suo figlio Chris di sei anni, metre la sua mente parlottava, Pirsig si fermò ad un incrocio e letteralmente non seppe da che parte girare. Dovette chiedere a suo figlio di guidarlo a casa. Ciò che seguì fu il momento in cui o raggiunse l’illuminazione o perse il lume della ragione, a seconda di come guardi la questione (veramente la radice di tutte le domande presenti nel suo primo libro).

“Non riuscivo a dormire e non riuscivo a stare sveglio.” ricorda “Per tre giorni stetti seduto nella stanza a gambe incrociate. Tutti i tipi di volontà iniziarono a svanire. Mia moglie iniziò ad arrabbiarsi con me…Il dolore scomparve, le sigarette rimanevano a bruciare fra le mie dita…”

Fu come un’esperienza monastica?
“Sì, ma poi si instaurò una specie di caos. Improvvisamente mi resi conto che la persona arrivata fin lì era sul punto di spirare. Ero terrificato e curioso di sapere cosa sarebbe successo. Mi dispiaceva così tanto per questo tipo che mi stavo lasciando alle spalle. Fu una separazione. Questo viene chiamato, nel canone psichiatrico, come schizofrenia catatonica. Nel canone del Buddhismo Zen è citata come forte illuminazione. Non ho mai insistito su nessuno dei due – passo da uno all’altro a seconda della persona con cui parlo.”

La società americana del Midwest del 1960 scelse il punto di vista della psichiatria. Pirsig fu ricoverato in un istituto psichiatrico, la prima di molte visite. Guardando indietro, pensa di essere un uomo fuori dal suo tempo. “Era una sfida, credo, fra queste idee che avevo e quello che chiamo sistema immunitario culturale. Quando qualcuno va fuori dalle norme culturali, la cultura deve difendersi.”

Quel sistema immunitario lo lasciò senza lavoro, né futuro nel mondo della filosofia; sua moglie era arrabbiata con lui, avevano due bambini, lui aveva 34 anni ed era in lacrime tutti i giorni. Pensa a quel periodo come un’esperienza Zen?
“Non proprio. Per quando la meditazione che ho fatto da allora ti porti in luoghi simili. Se guardi un muro dalle quattro del mattino alle nove di sera, arrivi abbastanza vicino all’inesistenza. E hai molte opportunità farlo in un manicomio.”

Quando fu rilasciato, andò peggio. Era ancora più pazzo, puntò la pistola ad un uomo, non si ricorda neanche chi. Una corte sentenziò l’internamento e fu sottoposto ad un trattamento di elettroshock simile a quello descritto da Ken Kesey in Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo.
[…] Quando sua moglie lo andò a trovare capì che qualcosa non andava, ma non sapeva cosa. Un’infermiera iniziò a piangere perché sapeva che sua moglie aveva divorziato mentre lui era in ospedale. “La cosa buffa dei malati di mente” dice “è che è un po’ l’opposto dell’essere una celebrità: nessuno ti invidia.”

Pirsig fu in grado di tenere una forte presa al suo sé passato, nonostante il trattamento. Capiva che se avesse detto a qualcuno che in realtà era un discepolo Zen illuminato, l’avrebbero rinchiuso per cinquant’anni. Così lavorò ad una nuova strategia per comunicare le proprie idee. S’imbarcò nella scrittura di un libro su un viaggio in motocicletta che aveva fatto con suo figlio Chris, dal Minnesota agli stati Dakota, nel 1968. “Fu una cosa compulsiva. Iniziò come un saggio. Volevo scrivere di motociclette perché mi divertiva tanto farlo e da lì la cosa è cresciuta organicamente.”

…il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. – R. Pirsig

Quando il libro uscì, nel 1974, ridotto dalle originali 800.000 parole e dopo essere stato rifiutato da 121 editori (è anche nel Guinness dei primati per questo), sembrò cogliere immediatamente il bisogno del tempo. George Steiner nel New Yorker lo paragonò a Moby Dick, Robert Redford cercò di comprarne i diritti (Pirsig rifiutò). Da allora ha vissuto di vita propria, e sebbene alcune parti suonino datate, la sua ricerca di significato appare ancora attuale. Per Pirsig, tuttavia, è diventato un libro in qualche modo tragico. Il cuore del libro era la relazione con suo figlio Chris, che allora aveva 12 anni, il quale turbato dalla mania del padre, sembrava fosse vicino ad un esaurimento. Nel 1979, all’età di 22 anni, il ragazzo fu pugnalato a morte da un rapinatore mentre lui usciva da un centro Zen di San Francisco. Le copie del libro successive portarono una commovente postfazione di Pirsig. “Penso a lui, lo sogno, ancora mi manca.” dice ora “Non era un ragazzo perfetto, ha fatto tanti sbagli, ma era mio figlio…”

Gli chiedo cosa il figlio pensasse del libro e il suo viso ha una tensione.

“Non gli piacque. Disse, ‘Papà, ho avuto un bel tempo durante quel viaggio. Era tutto falso.” Lo sconcertò terribilmente. Ci sono cose di cui non riesco ancora a parlare. Katagiri Roshi, che mi ha aiutato a mettere su il Centro Zen in Minnesota, si prese cura di lui a San Francisco. Durante il suo discorso al funerale di Chris piangeva. Soffrì quasi quanto me.”

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Quando suo figlio morì, Pirsig era in Inghilterra. Aveva attraversato l’Atlantico in barca con la sua seconda moglie, Wendy Kimball, di 22 anni più giovane, che aveva conosciuto quando lei l’aveva intervistato sulla sua barca. Non sbarcò più. Al tempo lui stava lavorando a Lila, il seguito del suo primo libro, nel quale esaminava ulteriormente le idee di Fedro nel contesto di un viaggio sull’Hudson, con una sirena come equipaggio.

Il libro è più cupo, disorganizzato di Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, eppure mantiene tutta la carica della mente irrequieta di Pirsig. “Se lo scrivessi oggi” dice “sarebbe un libro più spensierato. Ma in Lila stavo risolvendo delle cose: in esso c’è la tristezza del passato e in particolare la morte di Chris. Lo Zen è stato un libro ispirato, penso, ma con Lila volevo andare nella direzione opposta e fare qualcosa che esplorasse una vita più sordida, deprimente…”

Sperò che Lila spostasse la “metafisica della qualità” dagli scaffali dedicati al New Age a quelli di filosofia, ma ciò non accadde. Sebbene un sito internet basato sulle sue idee vanti 50mila articoli e ci siano stati avamposti di interesse accademico, Pirsig è deluso che il suo libro non abbia avuto un maggiore interesse pubblico. “La maggior parte dei filosofi accademici lo ignorano, altri ne parlano male, e io mi chiedevo il perché di questo. Sospetto che questo sia dovuto al mio insistere che la qualità non può essere definita.” dice.

Questo desiderio di essere incluso nel canone filosofico sembra strano, dato che la potenza dei libri di Pirsig risiede nella dinamica ricerca personale per il valore, piuttosto che qualsiasi sua dichiarazione. Ma forse alla fine tutti gli iconoclasti vogliono essere accettati.

Ancora naviga. Vive nel New England rurale e ha appena visitato le isole del Maine con sua moglie, con la stessa barca descritta in Lila – mantenuta perfettamente ovviamente. […] Programma di imparare il tango, di visitare Buenos Aires. Ha appena scoperto YouTube. Non scrive più e difficilmente legge. Mi chiedo, la depressione ritorna?
“Ultimamente mi ha colpito.” dice “Non sembrava essere in relazione alla mia vita in nessun modo. Ho i soldi, la fama, una moglie felice, mia figlia Nell. Ma per la prima volta sono andato da uno psichiatra. Dice che si tratta di uno squilibrio chimico. Mi ha prescritto delle pastiglie e la depressione se n’è andata.”

Per il resto, dice di vivere la sua vita al meglio, secondo i dettami del “suo dharma”: stare centrato. Gli chiedo se ha paura della morte.

“Non sono triste per questo.” dici “Se leggi 101 Storie Zen vedi che è caratteristico. Non sono preoccupato
di morire perchè sento di non aver sprecato questa vita. Fino a quando il mio primo libro non è stato pubblicato, la gente poteva dire, ha tutto questo potenziale e ha mandato tutto a rotoli. Dopo la sua pubblicazione, posso dire: no, non ho rovinato tutto.”

Sorride. “È solo che per tutto il tempo stavo ascoltando un diverso batterista.”




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