Monte Lanka

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La Via della fede nel Nembutsu - CoverSi legge nel Shoshinge  di Shinran pubblicato ne La Via della Fede nel Nembutsu [digitale / cartaceo]:

Shakyamuni, il Tathagata, mentre abitava sul monte Lanka,
profetizzò all’assemblea dei monaci, che nel Sud dell’India,
un grande essere chiamato Nagarjuna, sarebbe apparso nel mondo
per distruggere tutti i punti di vista sbagliati su ‘esistenza’ e ‘non-esistenza’.

Dopo l’approfondimento sull’importante monastero-giardino buddhista Jetavana, ecco l’approfondimento ad un altro luogo molto importante nel Buddhismo, tanto da essere oggetto di pellegrinaggio dei fedeli di diverse religioni: il monte Lanka, o Sri Pada.

Annika (Svezia) canta la poesia “Sri Pada” scritta da Bhante.


Fonte: Tiratanaloka


Il monte Lanka: storia e leggende

La sommità del monte è un piccolo altopiano e secondo le misurazioni del Luogotenente Malcom (il primo europeo a salire sulla cima nel 1816) misura 22 metri in lunghezza e 7 metri in larghezza, con un’area di 358 metri quadrati.
Fonte: SriPada.org

Conosciuto anche con il nome di Sri Pada (sacra impronta) è una delle montagne più venerate da buddhisti, induisti, cristiani e musulmani.




Nella letteratura sanscrita viene chiamato Ratnagiri (Montagna delle Gemme), Malayagiri o monte Lohara. In arabo e persiano viene chiamato Al Rohoun. In numerose opere Tamil  è conosciuto con il nome di Svargarohanam, in portoghese è conosciuto come Pivo de Adam, mentre in inglese Adam’s Peak. Nel Mahavamsa, una grande cronaca dello Sri Lanka scritta nel V secolo d.C., la montagna è chiamata Samantakuta (la Residenza di Samanta), mentre in cingalese moderno è spesso chiamata Samanelakhanda (la Montagna di Saman). Prima che il Buddhismo arrivasse in Sri Lanka, intorno al 246 a.C., la montagna era venerata in quanto considerata la residenza del dio Samanta (chiamato anche Sanman o Sumana). In seguito, il Buddhismo Theravada fece diventare questa divinità il protettore della loro terra e religione. Con l’ascesa del Buddhismo Mahayana, Samanta divenne Samantabhadra e proprio come il grande bodhisattva veniva rappresentato – incoronato e ingioiellato, con un fiore di loto nella mano destra e accompagnato da un elefante bianco.

Il nome “sacra impronta” deriva dal masso che si trova sulla cima della montagna sul quale è impressa l’impronta di un piede umano. Fin da prima del I secolo d.C. gli abitanti dello Sri Lanka ritenevano che fosse l’impronta del Buddha stesso.
La leggenda vuole che il re Valagambha, dopo essere stato spodestato nel 104 a.C. visse in una foresta selvatica per 14 anni. Una volta, cacciando un cervo, salì in cima al monte Sri Pada e lì trovò l’impronta. Gli dèi gli rivelarono che era stata fatta dal Buddha: secondo il Mahavamsa il Buddha visitò il paese tre volte e l’ultima di queste volò da Kelania allo Sri Lanka, dove lasciò l’impronta del proprio piede, per poi ripartire per Dighavapi.

La leggenda della visita del Buddha in visita allo Sri Lanka non appartiene solo al canone del Buddhismo Theravada. Si ritiene che il Sutra Lankavatara, testo importante per le scuole Ch’an e Zen, sia stato enunciato dal Buddha mentre si trovava a Malayagiri che “splendeva come un gioiello del loto, immacolata e splendida”. Il Chrakasamvara Tantra fa riferimento al Buddha che visita lo Sri Lanka e lascia un’impronta su una collina – che successivamente uno studioso tibetano identificherà erroneamente con Kailash, situato nella zona occidentale dell’area himalayana.

Presto anche altre fedi rivendicarono l’impronta. Un’opera cinese del XV secolo afferma che l’impronta fu fatta da Pwan-ko, l’uomo primordiale secondo la mitologia cinese. Gli Induisti del sud-est dell’India proclamano che l’impronta sia stata fatta da Shiva. Mosé di Corene, storiografo armeno del V secolo,  pur non avendo mai visto l’impronta, affermò che l’avesse fatta il Diavolo. I portoghesi non riuscirono a decidersi se l’impronta appartenesse ad Adamo (il quale dopo essere stato cacciato dal Paradiso mosse il primo passo sul picco dello Sri Pada), San Tommaso, l’eunuco di Candace o la regina di Saba. Ibn Batuta, uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi, affermò che prima del suo arrivo, dei cinesi rimossero parte del marchio dalla roccia, l’alluce, custodendolo in un tempio dove “genti dalle parti più lontane del paese vengono a vederlo”. Un re thailandese inviò dei monaci per fare un calco dell’impronta e ne fece poi delle copie in bronzo che distribuì in tutto il regno. Si pensa inoltre che i Buddha di Sukhodaya non siano una rappresentazione del Buddha che cammina, ma che imprime la sua impronta sullo Sri Pada.

Fonte: Buddhanet

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