Insegnamenti buddhisti sul cibo

Articolo originale: Buddhist Teachings About Food di Barbara O’Brien
Traduzione: Laura Silvestri

È probabile che abbiate sentito che i buddhisti dovrebbero essere vegetariani. Questo non è strettamente vero. Potrebbe essere una sorpresa per voi, invece, sapere che ci sono degli ammonimenti nei sutra buddhisti sul mangiare cipolle e aglio. E sapere anche che bere o meno alcolici è o non è permesso a seconda della propria scuola buddhista di appartenenza.

Quali sono quindi le regole da seguire per la dieta alimentare dei buddhisti?




Carne

Sebbene il vegetarianesimo sia incoraggiato in tutte le scuola buddhiste, in molte di esse l’essere vegetariani è una scelta personale e non una regola imposta.
Le prime monache e i primi monaci che vivevano al tempo del Buddha storico non erano vegetariani. Coloro che erano stati ordinati all’interno del Sangha facevano un solo pasto al giorno, prima di mezzogiorno, e tutto ciò che mangiavano era ottenuto tramite la questua. Non gli era permesso comprare cibo e certamente non potevano prendere del cibo che non gli fosse stato offerto. Secondo le regole del Vinaya-pitaka era previsto che i monaci mangiassero ciò che gli veniva donato con gratitudine, e dovevano mangiarlo tutto. Anche nel caso gli venisse donata della carne.

Come regolarsi con il Primo Precetto, “non uccidere”? Certamente questo precetto ha ispirato molti buddhisti nel decidere di astenersi dal mangiare carne. Ma c’erano delle ragioni per le quali una dieta completamente vegetariana non era una cosa pratica per chi viaggiava nel nord dell’India 25 secoli fa.

Secondo i primi sutra, il Buddha aveva un largo séguito. Al tempo centinaia di discepoli viaggiavano con lui di villaggio in villaggio, insegnando e facendo la questua. Specialmente durante i mesi freddi, quei viaggiatori mendicanti avrebbero esaurito le scorte di riso, di verdura e frutta di una comunità molto velocemente. I monaci potevano prendere solo ciò che le persone potevano dargli.
(Questa probabilmente è la ragione per cui il Buddha pose il limite di un solo pasto al giorno per i monaci, così che non diventassero un fastidio facendo la questua tutto il giorno e non fossero un peso per i propri benefattori.)

 

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Bisogna notare che le regole riguardanti la carne di cui si parla nel Vinaya si applicavano solo ai monaci e alle monache. I laici spesso sceglievano di evitare la carne in modo totale o solo nei giorni dell’uposatha.

C’erano comunque delle limitazioni: c’erano infatti dieci tipi di carne che erano considerati del tutto inappropriati, e includevano carne di cavallo, elefante, cane, serpente, tigre, leopardo e orso.

Inoltre ai monaci era vietato mangiare carne se credevano che l’animale fosse stato ucciso specificatamente per nutrire loro E questo ci porta al Primo Principio e al perché mangiare carne può non essere considerato una sua violazione.

Uccidere e non uccidere

Si potrebbe pensare che il mangiare carne renda complici della morte dell’animale. Molti seguaci buddhisti la pensano così. Ma nel buddhismo la propria intenzione o stato mentale è cruciale per stabilire se un atto è morale oppure no. Uccidere un animale, o presenziare all’uccisione di un animale per proprio beneficio, richiede uno stato mentale crudele o insensibile. Questo rende il mangiare carne un atto molto diverso dall’accettare come offerta un avanzo di qualcuno.




Detto questo, altri buddhisti potrebbero portare avanti l’idea che accettare carne sia un incoraggiamento per gli altri ad uccidere. Vivere del produrre o vendere carne costituisce uno dei cinque tipi di lavoro che il Buddha ha specificatamente indicato come inappropriati per coloro che ricercano l’Illuminazione. Se tutti avessimo smesso di mangiare carne nessuno si sarebbe macchiato della colpa di essere un macellaio.

Le regole di Devadatta

Devadatta era un discepolo del Buddha e anche suo parente. Nelle scritture Pali Devadatta è dipinto come geloso del Buddha. Ad un certo punto Devadatta suggerì che le vite dei monaci e delle monache avrebbero dovuto essere più austere e una delle regole che propose fu quella di eliminare totalmente il mangiare carne. Il Buddha rifiutò questa proposta.

Poiché questo aneddoto appare solo nelle scritture Pali e non nelle corrispondenti versioni in sanscrito e cinese, c’è ragione di pensare che non fosse presente nel testo originale. C’è tuttavia una ragione per la quale il Buddha può aver rifiutato una regola assoluta riguardo il mangiare carne, oltre a quelle già fornite.

Rendere una regola o delle forme di austerità un feticcio è sconsigliato nel Buddhismo. Questo non significa che le regole non siano importanti, ma piuttosto che è controproducente attaccare il proprio ego su quanto si sia buoni buddhisti. Da una prospettiva spirituale, è più salutare mangiare carne una volta ogni tanto che diventare troppo moralisti sull’evitare di mangiarla.

Vegetarianesimo per i monastici e i laici Mahayana

Quando il Buddhismo arrivò in Cina all’inizio del primo millennio dell’Era Cristiana, la cultura cinese obbligò i monastici ad apportare qualche cambiamento. Uno di questi fu quello di diventare più autosufficienti. Le comunità monastiche in Cina e in altre parte dell’Asia dell’est producevano o acquistavano il cibo invece che elemosinarlo. E se la comunità monastica acquistava carne, era abbastanza sicuro che un animale sarebbe stato macellato proprio per nutrire i membri della comunità monastica.
Probabilmente per questa ragione i monasteri Mahayana hanno avuto la tendenza, per secoli, a cucinare solo pasti vegetariani. Alcuni Sutra Mahayana suggeriscono che un seguace del Buddha, laico o monaco, dovrebbe astenersi completamente dal mangiare carne.

Eppure il vegetarianesimo rimane una scelta personale nella maggior parte delle scuole. Perché non è una regola generale? Questo riguarda il modo in cui il Buddhismo intende il concetto di “rinuncia”: quando si raggiunge la saggezza di abbandonare qualcosa, allora lo si farà di spontanea volontà. Abbandonare qualcosa perché qualcuno l’ha detto non è la stessa cosa.

Altri generi alimentari: gli alcolici e le erbe saporite

Il Quinto Precetto ci consiglia di evitare le sostanze “fermentate e distillate”. Generalmente i buddhisti Theravada interpretano questo principio con l’evitare di assumere alcolici, mentre i buddhisti Mahayana lo intendono con il bere con moderazione.

Infine, arriviamo alle cinque erbe saporite – cipolle, aglio, scalogno, porro ed erba cipollina. Alcune scritture consigliano si evitare questi cibi, in primo luogo perché si pensava che fossero afrodisiaci, e in secondo luogo perché il cattivo alito offende chi ti è vicino ad ascoltare mentre insegni il Dharma. Questa regola è ancora osservata in alcune scuole e ignorata in altre.




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