In lode alla malinconia e come essa arricchisca la nostra capacità creativa

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Come l’ossessione americana per la felicità a spese della tristezza ci derubi della possibilità di una vita piena.

Articolo originale: In Praise of Melancholy and How it Enrishes our capacity for Creativity (di Maria Popova)
Traduzione: Laura Silvestri

Uno si sente come se fosse sdraiato in fondo a un pozzo legato mani e piedi totalmente indifeso.” scrisse Van Gogh in una delle molte lettere, presentando la sua angoscia mentale. Eppure, la vera malinconia che lo afflisse fu anche l’impeto per l’irrequietezza creativa che scatenò la sua leggendaria arte. Nel suo diario, il filosofo e poeta danese Søren Kierkegaard – uno dei più influenti pensatori del passato millennio – scrisse che lui spesso “sentiva beatitudine nella malinconia e nella tristezza” e pensava che fosse “usato dalla mano di un Potere superiore attraverso la [sua] malinconia.” Anche Nietzsche credeva che una certa quantità di sofferenza sia essenziale per l’anima.

Nonostante questo il complesso industriale della moderna felicità sembra voler sradicare questo stato oscuro, spiacevole, ma creativamente vitalizzante – qualcosa che Eric G. Wilson esplora con grande sottigliezza e saggezza in Against Happiness: In Praise of Melancholy (“Contro la felicità: In Lode alla Malinconia”).

Puntando lo sguardo alla rotativa di cattive notizie sulla quale si sostentano i nostri news media commerciali, Wilson scrive:

Le nostre menti sono travolte da una sconsolante litania di problemi globali. Speriamo con questa lista di trovare un significato, un indizio al nostro disagio.
[…]
Posso aggiungere un’altra minaccia, forse pericolosa quanto la più apocalittica delle preoccupazioni. È probabile che non siamo distanti dallo sradicare una grande forza culturale, una seria ispirazione all’invenzione, la musa che si cela dietro tanta arte, poesia e musica. Aneliamo promiscuamente a liberare il mondo da numerose idee e visioni, moltitudini di innovazioni e meditazioni. In questo momento stiamo annientando la malinconia.




Nel considerare cosa c’è dietro al nostro desiderio di sradicare la tristezza dalle nostre vite, Wilson ammonisce che la nostra ossessione per la felicità – qualcosa che lui considera con decisione un’esportazione americana – “potrebbe ben portare all’improvvisa estinzione dell’impulso creativo”.

Per essere chiari, personalmente sono profondamente contraria al mito creativo del Genio Torturato. Ma sono al tempo stesso fermamente convinta che l’accesso al pieno spettro dell’esperienza umana e all’intera gamma psicoemozionale delle nostre vita interiori – alti e bassi, luci e ombre – sia ciò che ci rende individui completi e mettendoci nelle condizioni di creare un lavoro ricco, dimensionale e significativo.

È importante, quindi, non confondere il punto di vista di Wilson come un voler considerare la malinconia romantica o un glorificare il malessere fine a se stesso – piuttosto, egli mette in guardia contro la distorsione artificiale e piuttosto oppressiva delle nostre vite mentre recidiamo forzatamente la tristezza e gonfiamo la felicità. Scrive:

Per quanto mi riguarda sono preoccupato che l’enfasi della cultura americana sulla felicità a spese della tristezza possa essere pericoloso, un dimenticarsi arbitrario di una parte essenziale per una vita piena. Sono anche diffidente nei confronti di questa possibilità: desiderare solo la felicità in un mondo indubbiamente tragico significa perdere di autenticità, porre delle astrazioni non realistiche che ignorano le situazioni concrete. Sono infine preoccupato dagli sforzi compiuti dalla nostra società per rimuovere la malinconia dal sistema. Senza le agitazioni dell’anima, cadranno forse le torri dei nostri magnifici desideri? Cesseranno le sinfonie dei nostri cuori lacerati?

L’autore pone particolare attenzione nel fare una distinzione fra lo stato della malinconia creativamente produttiva da quello della patologia della depressione clinica che danneggia l’anima:

C’è una sottile linea tra quello che io chiamo malinconia e quello che la società chiama depressione. Nella mia mente, ciò che separa le due è il grado di attività. Entrambe le forme consistono più o meno in una tristezza cronica che porta ad un disagio continuo per come vanno le cose – il persistente sentimento che il mondo così com’è non sia totalmente giusto, che sia un luogo di sofferenza, stupidità e malvagità. La depressione (per lo meno, come io la vedo) causa apatia di fronte a questo malessere, una letargia che si avvicina alla quasi totale paralisi, un’inabilità che porta a non provare niente. Al contrario, la malinconia (ai miei occhi) genera un profondo sentimento riguardo a questa stessa ansia, una turbolenza di cuore che si risolve in un attivo mettere in discussione lo status quo, un perpetuo desiderio di creare nuovi modi di essere e vedere.

La nostra cultura confonde le due e così tratta la malinconia come uno stato aberrante, una vile minaccia alla nostra nozione pervasiva di felicità – felicità come gratificazione immediata, felicità come comfort superficiale, felicità come contentezza statica.

[…]

A pagina 2 una breve animazione sulla storia della malinconia in inglese e il testo dei sottotitoli in italiano del video stesso.

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