Il Tibet con gli occhi di Angelo d’Arrigo




da “In Volo Sopra il Mondo” di Angelo d’Arrigo (Mondadori Editore, 2005, pp. 197-199).

Per entrare in simbiosi con un ambiente occorre anche integrarsi con i suoi abitanti, che ne sono parte. A questo scopo sostai presso l’importante monastero buddhista che sorge all’ingresso della valle del ghiacciaio di Rongbuk, intorno ai cinquemila metri. Non ne esiste al mondo uno situato più in alto.
Vi risiede una comunità di monaci, con i quali volli trattenermi per qualche giorno. Dovetti arrendermi all’evidenza che la vita ad alta quota giova alla salute, trovandomi di fronte a uomini dai fisici eccezionali, asciutti e muscolosi. E fui conquistato dalla loro serenità nel parlare, una serenità che comunicavano anche nell’interlocutore. Mi interessava vivere conformandomi in tutto alle loro abitudini, e così feci. Vigevano ritmi molto severi: si alzavano la mattina all’alba e si coricavano la sera alle otto, dopo una giornata consacrata alla meditazione e alla preghiera. Cibo scarso e naturale; insieme al clima rigido, ecco il segreto di tanto vigore. Mi immersi pienamente in un mondo a parte, lontano da tutto e fuori del tempo. Un mondo di suoni rarefatti, di grandi silenzi e cieli sconfinati.
Nei dintorni del monastero si potevano udire la campana bon-po che un monaco batteva per scandire il ritmo delle preghiere, oppure la particolare emissione di una tromba telescopica o dello sciankar, una tromba ricavata da una conchiglia, amalgamate dalla nota leggera del vento che soffiava nelle fessure delle vecchie finestre del monastero.
Rimasi affascinato dai racconti sorprendenti, come le leggende sul volo dei lama tibetani. Ne avevo già trovato notizia sui libri, ma sentirle dalla viva voce dei monaci fu una ben diversa suggestione. Si tramanda che in alcuni monasteri usasse sottoporre l’aspirante lama a una prova di volo. Appena sotto un grande aquilone che veniva sollevato con corde di canapa anche fino a cento metri da terra, il candidato rimaneva appeso per aria finché il vento non calava e lo riportava giù, a volte un po’ troppo velocemente… Mi piacque molto l’idea di elevazione non solo spirituale dei buddhisti, ma di un volo reale del corpo e, di sicuro, anche della mente, ottenuto mediante un antenato del deltaplano.
Durante la permanenza al monastero, approfondendo il mio rapporto con le persone, mi resi conto di come il popolo tibetano sia non solo animato da una sincera bontà, ma anche pieno di dignità e di orgoglio. Nonostante la situazione politica.




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