Himalaya: stupa non solo per l’anima, ma anche per l’ambiente

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C’è un’area desertica sull’Himalaya. Un deserto posto a diecimila piedi di altitudine, dove cadono mediamente appena 50 mm di acqua all’anno. Si chiama Ladakh. Nei deserti c’è scarsità d’acqua, un problema che in questo caso potrebbe essere risolto da degli stupa di ghiaccio.

L’idea è venuta a Sonam Wangchuk, ingegnere di Ladakh, nel nord dell’India, mentre attraversava un ponte sui monti dell’Himalaya: sotto di esso infatti trovò improbabilmente un pezzo di ghiaccio ancora intatto, nonostante i frammenti intorno si fossero già sciolti. Questo gli fece capire che “non è il calore del sole a sciogliere il ghiaccio a terra, ma la sua luce diretta.”

L’idea che ne scaturì è stata realizzata qualche anno fa, quando nacque il primo stupa di ghiaccio, un ghiaccio torreggiante su un’area desertica, che a dicembre 2016 gli ha fatto guadagnare un premio di oltre 90mila euro per l’innovazione.

Questa è l’ultima delle soluzioni ricercate per secoli ad un problema sempre più urgente per la zona dell’Himalaya: per via della sua aridità, i fiumi creati dallo scioglimento dei ghiacci invernali sono le vene della civilizzazione per la popolazione del luogo. Le alte temperature globali causate dal riscaldamento globale hanno infiacchito la portata di quei fiumi e quando invece l’acqua c’è, viene giù in quantità eccessiva, per via dello scioglimento troppo veloce dei ghiacciai, con conseguenti inondazioni.

Tentativi precedenti sono stati il “trapianto di ghiacciaio” (con il quale la popolazione spostava pezzi di ghiacciaio ad altitudini maggiori e usato, intorno al XIII secolo, anche per contrastare le orde di Gengis Khan) e una serie di tubature ideate dall’uomo di ghiaccio di Ladakh Chewang Norphel, per creare laghi artificiali nelle zone meno esposte al sole che di notte ghiacciavano (Norphel creò 11 riserve, fornendo acqua a 10.000 persone).

Proprio quest’ultimo tentativo e la sua idea di mettere il ghiaccio al riparo dal sole  ispirò Sonam Wangchuk, ma come sviluppare l’idea? La soluzione finale è stata lasciare che il ghiaccio copra se stesso. La forma conica massimizza il volume di ghiaccio, minimizzando allo stesso tempo la superficie esposta al sole. Inoltre, la sua forma ricorda gli stupa buddhisti che punteggiano l’intera area himalayana, non impattando sulla sua bellezza paesaggistica.

La costruzione degli stupa ambientalisti è semplice: l’acqua viene incanalata in tubi che corrono sotto il livello del ghiaccio, ad una temperatura tale che la mantiene in uno stato semisolido; quindi la tubatura esce in verticale verso il cielo, spruzzando l’acqua ad una temperatura di -20°C, sfruttando il gelo per farla ghiacciare mentre ricade a terra. In questo modo è possibile ritardare lo scioglimento del ghiacciaio: un Ice Stupa di 40 metri di altezza può arrivare a conservare più di 15 milioni di litri di acqua, esponendo una parte più limitata del suo corpo ad agenti naturali come sole e vento.

Il primo prototipo, alto 6 metri, è stato inaugurato nell’ottobre del 2015. Ci si aspettava che avrebbe iniziato a sciogliersi all’inizio di Maggio 2016: è durato 18 giorni in più. Un altro stupa, più grosso, è stato posizionato vicino ad una foresta di 5.000 alberelli e innaffiandoli fino ai primi di luglio.

Questi due progetti sono stati realizzati grazie al crowsourcing. Ora, grazie al Rolex Award, potrà costruire una nuova generazione di 20 stupa, alti 30 metri, e iniziare un programma di riforestazione.

Sito ufficiale: The Ice Stupa Project

Fonti: The Guardian | The Next Tech




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