Forse stai cercando una vita migliore. Ma se invece l’avessi già?

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Il successo è spesso il primo passo verso il disastro. L’idea del progresso è spesso nemica dell’effettivo progresso.
Articolo originale: You’re probably searching for a better life—but what if you already have it? di Mark Manson (14.03.2017)

Ho incontrato un ragazzo recentemente, che nonostante avesse un’azienda ben avviata, un eccellente stile di vita, una felice relazione sentimentale, un bel giro di amici, mi ha detto parlando in modo diretto che stava pensando di assumere un coach che lo aiutasse a “raggiungere il livello successivo”.

Quando gli ho chiesto in cosa consistesse questo livello successivo, mi ha risposto che non ne era sicuro, che era per quello che aveva bisogno di un coach: per far luce sui suoi punti ciechi e scoprire cosa stava mancando.
“Oh.” ho detto. Poi sono rimasto a guardarlo in modo imbarazzato, valutando quanto intendevo essere onesto con una persona che avevo appena incontrato. Lui era molto entusiasta, chiaramente pronto a spendere un sacco di soldi per risolvere un problema che qualcuno aveva deciso di dirgli che aveva.
“E se non ci fosse niente da risolvere?” dissi.
“Cosa intendi?” chiese lui.
“Se non ci fosse un ’livello successivo’? Se fosse una cosa che ti sei costruito nella tua mente? Se invece tu fossi già a quel ‘livello successivo’ e non solo non lo stessi riconoscendo, ma inseguendo costantemente qualcosa di più, stessi impedendo a te stesso di apprezzare e godere il posto dove ti trovi?”
Alla mia domanda, il ragazzo si stizzì un po’. Alla fine disse, “Sento che devo sempre migliorarmi, in ogni caso.”
“Forse è quello, amico mio, il problema.”

C’è un famoso concetto nello sport conosciuto come la “malattia del di più”, coniato in origine da Pat Riley, un coach membro della hall of fame che ha portato sette squadre al campionato NBA (e ne ha vinto uno lui stesso quand’era giocatore). Riley afferma che la “malattia del di più” spiega perché le squadre che vincono i campionati alla fine non sono detronizzate da altri team, magari anche migliori, ma piuttosto da forze interne all’organizzazione stessa.

Nel 1980, ha affermato Riley, i Lakers non arrivarono alla finale l’anno successivo perché ognuno era troppo concentrato su se stesso. I giocatori, come la maggior parte delle persone, volevano di più. All’inizio quel “di più” era vincere un campionato. Una volta ottenuto il campionato, però, questo non bastava più. Il “di più” venne identificato con altre cose – più soldi, più spot televisivi, più approvazione e consenso, più tempo da dedicare allo svago, più attenzione dai media…

Così quello che una volta era un gruppo coeso di lavoratori inizia a sfilacciarsi: inizia ad essere coinvolto l’ego, si lanciano le bottigliette di Gatorade e la composizione psicologica della squadra cambia – quello che una volta era una perfetta alchimia di corpi e menti, diventa un caos tossico e atomizzato. I giocatori si sentono in dovere di ignorare i piccoli e poco attraenti compiti che effettivamente fanno vincere un campionato, credendo di aver ottenuto il diritto di non doverli più fare. Come risultato si ottiene che il più talentuoso team finisce per fallire.

Di più non sempre è meglio




Gli psicologi non sempre studiano la felicità. In realtà, per la maggior parte della storia della loro disciplina, non si sono concentrati sulle cose positive, ma su ciò che distrugge le persone, su cosa causa la malattia mentale e le rotture emozionali, e su come le persone dovrebbero reagire ai loro più grandi dolori. Fu solo negli anni ’80 che qualche intrepido accademico iniziò a chiedersi: “Aspettate un attimo, il mio lavoro è un po’ deprimente. Che ne dite di quello che rende le persone felici? Studiamo quello!” […]

Una delle prime cose che gli psicologi fecero per studiare la felicità fu usare un semplice sondaggio. Presero grandi gruppi di persone e gli diedero dei cerca-persone […] e ogni volta che mandava un segnale le persone dovevano fermarsi e scrivere due semplici cose:

  1. 1. Su una scala da 1 a 10, quanto sei felice in questo momento?
  2. 2. Cosa sta succedendo nella tua vita che ti procura questo stato d’animo?

Raccolsero migliaia di classificazioni da centinaia di persone appartenenti a tutti i ceti sociali. Ciò che scoprirono fu sorprendente e, in verità, incredibilmente noioso.
La stragrande maggioranza di persone aveva scritto 7, praticamente sempre.

Comprando il latte dal negozio di alimentari: sette. Guardando la partita di baseball del figlio: sette. Parlando con il capo su una grande vendita: sette. Anche in occasione di eventi catastrofici – scoprire che la mamma ha il cancro, una rata mancata del mutuo sulla casa, il figlio che ha perso un braccio in un incidente di bowling – il livello di felicità variava da 1 a 5 per un breve periodo e poi, dopo un certo periodo di tempo, tornava prontamente a sette. Lo stesso valeva per eventi estremamente positivi – vincite alla lotteria, vacanze da sogno, matrimoni – la classificazione delle persone balzava in alto per un breve periodo di tempo e poi, prevedibilmente, si ristabiliva intorno al sette.
Questi affascinanti psicologi.

Nessuno è sempre completamente felice. Ma in modo similare, nessuno è sempre completamente infelice. Sembra che gli esseri umani, a dispetto delle circostanze esterne, vivano un costante stato di felicità tiepida, ma non pienamente soddisfacente. Messa in un altro modo, le cose vanno sempre più o meno bene. Ma potrebbero sempre andare meglio. Ma questo “sette” al quale tutti più o meno torniamo sempre, ci inganna. Ed è un inganno che ci frega ancora e ancora. L’inganno è che il nostro cervello ci dice: “Sai? Se potessi avere qualcosina in più, arriverei a quel 10 e starci.”

La maggior parte di noi vive in questo modo: inseguendo costantemente il nostro 10 immaginario. Pensi che per essere felice hai bisogno di un nuovo lavoro, e allora trovi un nuovo lavoro. Solo che poi, qualche mese dopo, senti che saresti più felice se avessi una nuova casa. E allora prendi una nuova casa. Ma poi, qualche mese dopo, si tratta di un’incredibile vacanza in spiaggia e quindi fai un’incredibile vacanza in spiaggia, ma quando sei lì ti senti del tipo, “Sai di cosa avrei veramente bisogno? Di una piña colada! Qualcuno può portarmi una piña colada?” E quindi ti stressi per la tua piña colada, credendo che solo una piña colada ti farà raggiungere il tuo 10. E poi ne vuoi una seconda, e poi una terza… […] Alcuni psicologi chiamano questo costante inseguimento alla felicità, il “tapis roulant edonico” (o adattamento edonistico, N.d.T.) perché le persone che lottano costantemente per una “vita migliore” finiscono per spendere una tonnellata di energie per ritrovarsi sempre nello stesso posto.

[…] questo significa che niente di quello che facciamo ha senso?

No, significa che nella vita dobbiamo essere motivati da qualcosa di più grande che la nostra felicità. Significa che dobbiamo essere guidati da qualcosa di più grande di noi. Altrimenti, correrai sempre dietro qualche visione che riguarda la tua gloria o il tuo miglioramento, verso il 10 perfetto, sentendoti per tutto il tempo come se fossi sempre nello stesso posto. O peggio, come i team di Riley, danneggiando cosa ti ha fatto iniziare e ti ha portato lì.

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